“Ormai per essere nominati a qualcosa il requisito base è essere toscani”. La battuta – anonima, perché nessuno oggi vuole sfidare il re e la sua corazza del 40,8% – che circola nei palazzi della politica ha del vero. In ogni tornata di nomine, in tutti i posti che contano, in ogni crocicchio decisivo del potere c’è un profluvio di toscani in purezza o naturalizzati: governo, partito, società pubbliche.

Persino la cittadinanza ormai si ottiene per speciali meriti di geografia renziana: quella concessa a Joseph Weiler, giurista statunitense e presidente dell’Istituto europeo di Fiesole, per dire, è stato il primo argomento della conferenza stampa di Matteo Renzi lunedì scorso, subito dopo le condoglianze per la morte di decine di immigrati nel canale di Sicilia. Quella che segue è una breve panoramica di come Roma s’avvia a diventare il Granducato di Toscana.

Esecutivo e Pd? Faccenda fiorentina I casi più eclatanti sono, ovviamente, quelli di Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme e unico volto pubblico del governo (escluso Renzi), e Luca Lotti , sottosegretario a Palazzo Chigi e plenipotenziario per il sottobosco della Capitale e non solo. Ai due va aggiunto un altro renzianissimo dal compito delicato quanto fondamentale: il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi (mentre un’altra componente del cosiddetto “giglio magico”, Simona Bonafè, s’è dovuta accontentare del ruolo di capolista nella circoscrizione Centro alle Europee). Ma non sono certo gli unici: Erasmo D’Angelis, già consigliere regionale in Toscana e ai vertici di Publiacqua, dopo essere stato sottosegretario (ai Trasporti) con Enrico Letta in quota Renzi, oggi fa “il capo struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche” a Palazzo Chigi e il capo segreteria del premier (ma la nomina, come molte altre, è in attesa di firma).

A capo dell’ufficio legislativo della Presidenza del Consiglio c’è poi Antonella Manzione, ex capo dei vigili a Firenze durante l’era Renzi (il fratello, Domenico Manzione, invece, è viceministro dell’Interno). Sempre a Palazzo Chigi lavorano il fotografo Tiberio Barchielli, da Rignano sull’Arno, il paese del piccolo Matteo, e – informalmente, in attesa del decreto di nomina – due consiglieri che erano già vicini al Renzi sindacodi Firenze: Giuliano da Empoli, che è pure presidente del fiorentinissimo Gabinetto Viesseux, e l’ex McKinsey Yoram Gutgeld, che vive da mesi in agonia speranzosa della nomina ufficiale a capo della cabina di regia economica del governo. Pure all’Agenzia delle Entrate, nonostante le resistenze dell’ex regnante Attilio Befera, è arrivata una toscana: Rossella Orlandi, empolese che ha lavorato a lungo a Firenze.

Se ai renziani stretti al governo aggiungiamo i toscani in via di conversione, la pattuglia si fa battaglione: Lapo Pistelli, che fu mentore del giovanissimo Renzi e poi sua vittima sacrificale alle primarie per il sindaco di Firenze, è viceministro agli Esteri in attesa di promozione quando Federica Mogherini si accomoderà nella Commissione Ue. Viceministri sono il franceschiniano Antonello Giacomelli da Prato (che ha in mano la delicata partita della Rai) e il socialista Riccardo Nencini da Barberino di Mugello. Sottosegretari sono invece il magistrato Cosimo Ferri , pontremolese che nel curriculum vanta anche l’amicizia di Denis Verdini, il fiorentino Gabriele Toccafondi, alfaniano che invece col ras berlusconiano non parla quasi più, e Silvia Velo, già bersaniana, a cui è stata concessa una poltrona all’Ambiente.

Finanziatori e legali nelle Spa pubbliche I vecchi boiardi liquidati, quattro donne presidenti, tanti amici nei Cda. Renzi ha affrontato così la tornata di nomine per le società partecipate dallo Stato. Quando il premier ha pubblicato la dichiarazione dei redditi, un paio di mesi fa, in calce c’era il none di Marco Seracini , commercialista di mestiere e ora nel collegio sindacale di Eni. Seracini ha scoperto l’indole renziana prestissimo: l’associazione Noi Link, prototipo di Fondazione Open (o Big Bang), utilizzata per la campagna elettorale da sindaco, fu proprio un’intuizione di Seracini. Appena eletto, Renzi l’ha spedito al vertici di Montedomini, un’azienda pubblica fiorentina di servizi alla persona. Oltre al commercialista, c’è l’avvocato civilista: è il pistoiese Alberto Bianchi, studio a Firenze, amico di Lapo Pistelli, liquidatore di Efim, il fondo per il finanziamento per l’industria meccanica, roba da Prima Repubblica. Per una parcella di Efim a un gruppo di avvocati, la Corte dei Conti ha condannato Bianchi per danno erariale: 4,7 milioni di euro.

Ci sarà l’appello e l’avvocato piestoiese è convinto di poter ribaltare la sentenza. Nel frattempo, Renzi l’ha indicato nel Cda di Enel. Il legame fra il premier e Bianchi è strettissimo: assieme a Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, il pistoiese gestisce la Fondazione Open, la cassaforte renziana. Il fratello Francesco Bianchi è commissario straordinario del Maggio Fiorentino da febbraio 2013, il ministro era Lorenzo Ornaghi.

DUNQUE: il commercialista, l’avvocato e il finanziatore. Fa – brizio Landi di Siena, consigliere d’amministrazione di Finmeccanica, contribuì alla raccolta fondi di Renzi con 10.000 euro. Landi proviene da Esaota, una grossa aziende specializzata in apparecchi biomedicali. L’attuale sindaco Dario Nardella ha presentato Landi a Renzi. Il primo giro di aziende pubbliche, s’è chiuso con altri due colpi renziani. L’imprenditrice Elisabetta Fabri, fiorentina, rampolla di una famiglia di albergatori (Starthotels), è andata in Poste Italiane. E Diva Moriani, aretina trapiantata aFirenze, vicepresidente di Intek, la società di Vincenzo Manes finanziatore di Renzi, ha trovato spazio in Eni. Il presidente del Consiglio ha promosso un intero studio legale.

Gli avvocati erano tre, due sono molto noti: la ministro Boschi e il tesoriere del Pd Bonifazi. Il terzo, meno conosciuto, è Federico Lovadina, tributarista, fiorentino. A 32 anni, nel 2011, il sindaco l’ha nominato nel Cda di Mercafir, il mercato ortofrutticolo, adesso il gran salto: Cda di Ferrovie dello Stato. In Fs, c’è anche Gioia Ghezzi, undici anni in McKinsey & C, che in passato ha aiutato Renzi a Firenze per scrivere un progetto di legge sull’omicidio stradale. L’ultima scelta è caduta su Ferdinando Nelli Feroci, ambasciatore in pensione, ex capo di gabinetto di Massimo D’Alema alla Farnesina: è il commissario italiano in Europa al posto di Antonio Tajani, ora europarlamentare di Forza Italia. È di Pisa. Il toscanismo sostituisce il berlusconismo.

di Marco Palombi e Carlo Tecce