La manina (o manona) che ha inserito l’a rticolo salva-Berlusconi nel decreto di Natale ha potuto farlo – e avrebbe avuto davvero l’effetto di salvare dalla condanna l’ex presidente del Consiglio –perché da qualche mese è saltata in Italia quella che si chiama (anzi, si chiamava) “intangibilità del giudicato”: una condanna definitiva è irrevocabile e non può più essere cambiata. Ora non è più così: se arriva una nuova norma, più favorevole all’imputato, la condanna può saltare, o comunque la pena deve essere ricalcolata.

È STATA la Corte di cassazione a stabilirlo, in una sentenza delle sezioni unite emessa dell’ottobre 2014. Il caso considerato era quello di un imputato di detenzione e spaccio di stupefacenti condannato nel 2012 a 6 anni di carcere perché la legge ex Cirielli, nel 2005, aveva proibito di dare prevalenza all’attenuante del “fatto di lieve entità” (la dose modesta di droga detenuta) rispetto all’aggravante della recidiva. Questa proibizione era stata cancellata dalla Corte costituzionale nel 2012. Dunque la Cassazione aveva riconosciuto che quella condanna, benché definitiva, poteva, anzi doveva essere cambiata. A questa determinazione erano giunte le sezioni unite della suprema corte, con a capo il primo presidente Giorgio Santacroce, relatore Franco Ippolito e, tra i giudici, Antonio Esposito, ovvero il presidente del collegio di Cassazione che nell’estate 2013 ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi per frode fiscale.

Proprio il reato “manomesso” dal decreto natalizio che stabilisce una soglia del 3 per cento sotto la quale la frode evapora e il reato sparisce. È indiscutibile che quella norma, più favorevole al reo, si sarebbe applicata anche a Berlusconi. Lo spiegano gli stessi magistrati della Cassazione che fanno riferimento all’articolo 2 del codice penale e all’articolo 673 del codice di procedura penale. Il primo dice che nessuno può essere punito per un fatto che non è più reato secondo la legge esistente al momento della sua applicazione e che, se vi è stata già condanna definitiva, cessano l’esecuzione e tutti gli effetti penali. L’articolo 673 dice come avviene processualmente la revoca della condanna, su richiesta del condannato, in caso arrivi una nuova norma; e stabilisce che a intervenire per “salvare” il condannato è il giudice dell’esecuzione. Berlusconi, condannato definitivo per frode fiscale, ha l’esecuzione della pena ancora in corso: ancora per qualche settimana deve andare a far visita, per qualche ora, ai malati di Alzheimer dell’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.

Dunque se fosse passata la norma natalizia il giudice dell’esecuzione avrebbe dovuto cancellare la sua condanna. Ma quello che più conta, nel suo caso, è la cancellazione “di tutti gli effetti penali” della sentenza: cioè dell’interdizione che gli impedisce di stare in Parlamento e di candidarsi alle elezioni. Ormai la pena, scontata in affidamento ai servizi sociali, è quasi arrivata al termine. È la possibilità di ricandidarsi il vero regalo della strenna di Natale del governo Renzi. E questo è chiaramente affermato dalla sentenza della Cassazione che dice che “la revoca della sentenza può aver luogo quando la sentenza è ancora in esecuzione o sono ancora attuali, in tutto o in parte, gli effetti penali a essa ricollegabili”. L’interdizione, appunto, che tiene lontano Berlusconi dalle liste elettorali.

IL NON POTERSI candidare è l’effetto della sentenza che lo ha condannato a 4 anni per frode fiscale, con conseguente interdizione dai pubblici uffici. Ma la strenna del Nazareno avrebbe azzerato anche l’altra legge che gli impedisce di candidarsi: la Severino. Una sentenza delle sezioni unite del 1994 dice infatti che a “saltare” in casi come questi non sono soltanto gli effetti penali diretti della condanna (come l’interdizione, o la perdita della patria potestà…), ma anche quelli non automatici, tra cui potrebbero rientrare quelli indotti appunto dalla legge Severino. Davvero un gran regalo di Natale, quello del governo Renzi. Saltato per un soffio.