Quanti scrutini ci vorranno per eleggere il nuovo presi- dente della Repubblica? Cinquanta”. Un alto dirigente democratico vorrebbe fare la battuta sdrammatizzante. In realtà gli esce un po’ sghemba. La quiete prima della tempesta. Montecitorio, con le riforme bloccate dall’ostruzionismo grillino e i deputati, pronti a spingere i loro trolley verso la stazione, per un weekend casalingo, in attesa della guerra della settimana prossi- ma, assomiglia a un campo di battaglia che aspetta di vedere schierate le truppe. E ad Arco- re si comincia a fare il nome di Veltroni, mentre Nicola Porro, vicedirettore del Giornale, ieri a Otto e mezzo ha messo le cose in chiaro: “Berlusconi vuole la grazie per sé e per Dell’Utri”.

IL PROBLEMA, come sempre, è nel Pd. Renzi ha mandato segnali continui a Pier Luigi Ber- sani per cercare di coinvolgerlo nella scelta. O, tradotto, per disinnescarlo. “Non si capisce qual è la linea che ha Bersani in testa. Non si capisce nemmeno se ce l’ha”. La battuta è del senatore Stefano Esposito. Balzato agli onori della cronaca per aver presentato il maxi canguro, che ha permesso al premier di portare rapidamente a casa la legge elettorale. E per aver dato dei “parassiti” alla minoranza del suo partito. Accusa
reiterata, pure dopo le scuse: “Fassina? Sputa nel piatto dove mangia, esca dal Pd. Dovrebbe andare via, ma il partito gli garantisce ruoli e posti” ed anche Civati è “un parassita politico” e “odia Renzi perché più bravo di lui”. Non esattamente zuccherini.

E così c’è un pezzo forte che fu in segreteria con l’ex segretario che si lascia andare a dire che molti dei suoi colleghi di partito “non hanno elabora- to il lutto della sconfitta”. Come chi, tra i renziani, si sfoga: “Io la Finocchiaro non la voto. Non ci posso riuscire”.Mala minoranza è tanto polverizzata, e dunque non in grado di garantire accordi, quanto armata: i 29 senatori che hanno firmato il documento Gotor sulla legge elettorale sono fermamente attenzionati.

La maggioranza renziana non è che stia molto meglio. Il gruppo alla Camera, quello che dovrebbe essere il più compatto, in realtà è sfilacciato. Troppo lasciato a se stesso da chi ha davvero in mano il pallottoliere, come Luca Lotti, che non ha il tempo di presidiare il terri- torio. E così, i sospetti si sprecano pure tra i renziani: chi è visto troppo “boschiano”, chi risponde solo al premier, chi potrebbe giocare la sua partita e tradire.

IERI RENZI ha riunito la segreteria. “Ditemi anche voi come la vedete. Per i primi tre scru- tini, è meglio votare scheda bianca”, avrebbe detto. Dunque nessun candidato di bandiera. I fedelissimi assicurano che lui gioca su quattro-cinque tavoli. E dunque, anche se ha convocato per lunedì mattina prima il gruppo dei deputati e poi quello dei senatori, anche in quell’occasione starà sul vago.

Non un profilo chiaro,ma un identikit che potrebbe essere adatto a tutti. E a nessuno. Le carte le scoprirà durante l’assemblea dei grandi elettori, giovedì mattina. Il tema rimane sempre Nazareno e non Nazareno. L’unico nome sul quale c’è il sì di Silvio Berlusconi è quello di Giuliano Amato. Renzi potrebbe arrischiarsi a proporlo anche al primo colpo. Lo farà? I suoi sono pronti a giurare di no: è troppo impo- polare, come fa a giustificarlo davanti alla gente? Sulla Finocchiaro, Berlusconi è possibili- sta. Ma non piace ai renziani. E lo stesso premier si fida fino a un certo punto. Poi, è in corso ad Arcore un sondaggio su Walter Veltroni.

L’ex premier sta esaminando la pratica. Poi, ancora, c’è il nome del primo degli outsider: Graziano Delrio. Le quotazioni crescono. Molti fedelissimi renziani ci stanno lavorando. Il suo era il nome originario, poi si è un po’ ina- bissato nei mesi. Potrebbe essere la soluzione che viene fuori se il caos iniziale fosse fuori controllo. Forse non convince troppo i fiorentini, come Lotti e la Boschi. Ma è anche vero che il veto ufficiale di Berlusconi potrebbe rivelarsi meno netto. E poi, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio avrebbe dalla sua qualcuno dei Cinque Stelle.

Ma sarebbe poco digeribile per la minoranza democratica. Sempre ammesso che detta minoranza sia in gra- do di elaborare una strategia. A un nome del Pd ha aperto, intanto, Angelino Alfano ieri sera a Palazzo Chigi. La fronda anti-Nazareno, intanto, diventa la proposta del dissidente Pippo Civati e del leader Sel Nichi Vendola. Tra i boatos di palazzo, si racconta che Grillo sarebbe pronto a proporre Prodi due giorni prima dell’inizio dello scrutinio ufficiale: se Renzi dice sì, spacca il Nazareno. Se dice no, spacca il Pd. Il vicesegretario Guerini intanto rassicura: gli M5s “saranno i benvenuti”. Sarà un weekend di trattative sotto traccia. Prima della settimana decisiva.