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Il 27 febbraio 2015 è stato assassinato Boris Nemzov, 55 anni, leader dell’opposizione russa. I media mainstream occidentali non sembrano avere dubbi circa l’identità del mandante. Cerchiamo qui di fare alcune considerazioni indipendenti.

E’ stato ucciso uno degli organizzatori della marcia dell’opposizione che avrebbe avuto luogo il primo di marzo.

Esiste un testimone oculare, una escort ucraina che si trovava in sua compagnia, la quale non ha riportato alcun danno e che, durante l’interrogatorio, ha dichiarato agli investigatori di soffrire di amnesia (‘dimenticando’ quindi tutte gli eventi chiave dell’omicidio), di rinunciare al programma di protezione testimoni e di voler far rientro immediato in Ucraina.

Dall’altra parte del ponte sul quale Nemzov è stato assassinato è situata piazza Bolotnaja (il simbolo della protesta Liberale del 2011-2012).

Tutti i media liberali Russi e quelli esteri hanno stampato le foto dell’assassinio e, sullo sfondo, le torri del Cremlino.

Il primo di marzo, durante la marcia dedicata alla vittima, l’opposizione Liberale ha sfilato con migliaia di manifesti tutti uguali, stampati in un giorno solo.

Se, come accadde nel caso della tragedia dell’aereo Malesiano, i giornali sembrano già avere trovato un colpevole, sulla base di quelle che sono ancora ipotesi, è vero che il Governo non avrebbe potuto trovare un luogo, un’ora e un giorno meno adatti per togliere di mezzo un oppositore. A che scopo infatti uccidere un politico la cui popolarità nel Paese è molto negativa? Nemzov era uscito sconfitto da quasiasi tornata elettorale, persino da quella utile per ottenere la carica di sindaco di Sochi. L’unica sua fortuna era stata la vittoria a Yaroslavl, che gli aveva permesso di entrare nella Duma regionale, ma il suo momento d’oro si era consumato negli anni 90, all’epoca delle grandi riforme russe, e non si trattò di un ruolo che lo ricoprì propriamente di gloria.

Vale allora forse la pena ricordare altre morti “sospette” verificatesi tra gli oppositori del Governo, la cui responsabilità fu implicitamente attribuita a Putin in persona.

Innanzitutto la morte per avvelenamento di un ex agente dei servizi segreti Russi, Aleksandr Letvinenko, ucciso nel 2006 mentre si trovava a Londra. I giornali inglesi sostennero che il decesso fu provocato dal polonio (che deriva dal processo di decadimento dell’uranio), elemento non solo estremamente radioattivo, che avrebbe dovuto lasciare tracce di radiazioni ovunque, ma anche molto costoso.

Altra morte attribuita al polonio era stata quella di Yasser Arafat. Dagli esami eseguiti sul suo cadavere, riesumato nel 2012, la maggior parte degli esperti russi e francesi avevano tuttavia escluso tale correlazione, mentre gli esami condotti da un team svizzero avevano evidenziato quantità anomale di polonio nel cadavere del leader palestinese. Interessante notare come i veleni vengano usati per evitare di lasciare delle tracce e non il contrario.

Poi c’è l’omicidio della giornalista Anna Politkovskaya, uccisa nel 2006 poco prima delle elezioni e proprio nel giorno del compleanno di Putin. Su Wikipedia si legge: “Voci non confermate imputano il delitto proprio al presidente Putin, più volte bersaglio di pesanti critiche da parte della giornalista”.

Ricorderete, ancora, Boris Abramovič Berezovskij, trovato morto nella sua vasca da bagno, in Inghilterra, nel 2013. L’oligarca era scappato a Londra dopo una serie di scandali che gettavano un’ombra sulla provenienza delle sue ricchezze, mentre era stato dimostrato il suo coinvolgimento nel traffico di denaro con i terroristi ceceni. Ebbene: prima di morire, Berezovskij aveva mandato a Putin una lettera ufficiale nella quale chiedeva di tornare in patria. Una delle ipotesi poco sottolineate dai media è che i servizi segreti britannici non fossero particolarmente entusiasti all’idea che il russo potesse raccontare qualcosa di sconveniente.

Infine va ricordato Egor Gajdar, altra figura di grande rilievo sulla scena politica delle riforme degli anni 90, primo ministro della Federazione Russa all’epoca di Boris Yeltsin. Il giorno dopo la morte di Aleksandr Letvinenko, il signor Gajdar, che si trovava in Irlanda in quanto oppositore “liberale” di Putin che dallo stesso si sentiva minacciato, si sente poco bene. Tanto poco bene da far pensare che sia stato avvelenato. Eppure, sopravvissuto al “malore”, appena riprende conoscenza non perde tempo e parte per la Russia, la mattina seguente, più veloce del vento. Davvero paradossale che uno che teme per la propria vita si getti tra le braccia del suo assassino. ll 6 dicembre 2006 Gajdar sostenne in dichiarazioni stampa di essere stato avvelenato da nemici delle autorità russe.

Se in casi come questi la ricerca di prove inoppugnabili è con tutta evidenza un’operazione molto difficile, si può tuttavia affermare che il quadro complessivo sia molto più incerto di come non venga presentato sui media, la cui propensione ad adeguarsi al frame (vedere intervista di Marcello Foa sul tema) finisce per nascondere al lettore tutte le contraddizioni ed alcune considerazioni elementari, come il fatto che alcune persone siano molto più utili da morte che non da vive.

Anya Stepanova