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Era il 16 aprile 1998 quando la sesta sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Luigi Sansone, annullò una condanna storica: quella della Corte d’Appello di Milano che, undici mesi prima, aveva confermato la condanna di Bettino Craxi a otto anni e tre mesi di reclusione per le mazzette sulla metropolitana milanese.

IL RELATORE e l’estensore della sentenza di Cassazione si chiamava Nicola Milo, di Magistratura democratica, attuale presidente dell’odierna sesta sezione, quella che due sere fa ha confermato l’assoluzione di Silvio Berlusconi per i reati di concussione e prostituzione a motivare la decisione – si legge nei resoconti di 17 anni fa – c’era il fatto che, sebbene l’ex segretario del Psi avesse gestito il partito con “forte accentramento e personalizzazione”, sebbene conoscesse “bene e da sempre” la prassi del finanziamento illegale al suo partito, sebbene fosse certo che Craxi aderì a questo sistema, sebbene fosse stato chiamato in correità da Silvano Larini, tuttavia non era provata la sua responsabilità penale in Tangentopoli per le mazzette sulla “Metropolitana Milanese spa”: mancavano le prove concrete.

Sebbene la segretaria dell’ufficio di Craxi, Enza Tomaselli, avesse confermato di aver ricevuto “bustarelle da Larini”, era pur vero che aveva precisato: “Craxi rimase sempre estraneo ai meccanismi di raccolta e gestione del denaro destinato invece ai responsabili finanziari del partito”. Con queste motivazioni la sesta sezione annullò la condanna di Craxi rinviando il giudizio a un’altra sezione della corte d’appello di Milano. La vicenda finì nuovamente in Cassazione, questa volta alla seconda sezione e Craxi fu definitivamente condannato perché, in quella “lunga vicenda di corruttela” era “coinvolto in prima persona ai massimi livelli”.

IL GIUDICE Milo nell’ottobre 2013 è anche il relatore, dinanzi alle Sezioni unite della Corte di Cassazione, dell’interpretazione autentica della legge Severino: la Corte sancisce il “no” alla linea dura sul reato di concussione. La condanna più pesante colpisce soltanto chi, esercitando pressioni su un’altra persona, ne “limita radicalmente” la libertà. Se la pressione risulta “non irresistibile”, invece, siamo di fronte a una forma di “induzione indebita” ed è prevista la prescrizione breve senza pena accessoria.

Se non bastasse, dev’esserci anche l’ottenimento di un “vantaggio indebito” per il soggetto indotto. E quando Berlusconi telefonò da Parigi, nella notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, al questore Pietro Ostuni della questura di Milano, premendo affinché Ruby fosse rilasciata, per il funzionario, non si rilevò alcun vantaggio indebito. Appare quindi scontato – in attesa di leggere le motivazioni – che Milo non abbia sconfessato se stesso nella camera di Consiglio che ha “assolto” Berlusconi due sere fa. E – come nel caso di Craxi–non si tratta dell’unica assoluzione eccellente nella sua carriera.

Nel 2003 era nel collegio – ovviamente non è possibile sapere come Milo si espresse – che assolse Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti, condannati a 24 anni, dalla corte d’assise d’appello di Perugia, con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Assolti entrambi per non aver commesso il fatto. Pochi mesi fa, invece, la sesta sezione presieduta da Milo ha assolto l’ex presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, condannato in appello a un anno di reclusione per abuso di ufficio nell’inchiesta Why not. Anche Loiero viene assolto per non aver commesso il fatto.

  • carcitt

    Premetto che sono un magistrato, così siamo a ‘carte scoperte’.

    L’articolo che precede è un singolare esempio, per me, di come un certo approccio ai temi della Giustizia sia davvero trasversale, sicché metodo e stile accomunano a volte le peggiori performance di giornali e stampa solo apparentemente su fazioni opposte. In realtà, sono begli esempi di come la linea che separa non è affatto quella “destra/sinistra/centro’ (con la ridotta valenza di questi termini oggi) ma quella ‘rispetto del fatto che voglio commentare/prelettura ideologica a prescindere che crea un fatto diverso da quello che è’, al fine di trarre elementi che sostengano una propria tesi precostituita a prescindere o, anche, solo di gettar fango, colpendo preferibilmente ‘ad hominem’, specialmente chi ha solo la sua storia che lo difende perché estraneo ad ogni forma e giro di potere.
    Quello che il giornalista che così si muove sta servendo nella contingenza del momento.
    Con una specialità: riportare alcuni dati oggettivi, riferendoli tuttavia parzialmente, accostandoli maliziosamente, valorizzandoli con un ‘bel’ titolo malizioso. Libertà di stampa e di critica del giornalista ‘libero’? Forse sì, non so.

    Insomma, tra i servizi sul colore dei calzini del giudice Mesiano e questo articolo c’è poca differenza.

    Ma rifletto che sarebbe bene cominciare a ‘teorizzare’ anche il ‘diritto di critica del lettore’, con le stesse implicazioni esimenti. Ed allora sì: quell’articolo è un bell’esempio di giornalismo un po’ becero. L’ho stampato e lo conserverò per utilizzarlo, come tale, agli incontri pubblici, o con studenti, cui mi capita a volte di partecipare su temi della Giustizia.

    E veniamo al dunque, scusandomi per la lunghezza del tutto (capita però che siano solo gli slogan ad andar bene per i 140 caratteri: tanti slogan, pochi pensieri da spiegare).

    1) Titolo: Milo, il giudice che già salvò Craxi. Sottotitolo: il precedente di tangentopoli del presidente della sezione che ha assolto il caimano

    2) Contenuto:
    2.1) 17 anni fa quel magistrato è stato estensore di una sentenza che ha annullato
    con rinvio (per difetto di motivazione) una prima condanna in appello di Craxi per vicende di mazzette per la metropolitana. Condanna confermata (con diversa
    motivazione) dalla Corte del rinvio e poi nel nuovo giudizio di cassazione.

    Pensiero da ‘magistrato della strada’:
    – che c’entra ‘salvato’? è un evidente falso, dovuto a crassa ignoranza o a misera
    malizia: l’annullamento con rinvio è per definizione un provvedimento provvisorio, non definitivo. Se proprio voglio ‘aiutare/salvare’ devo fare un annullamento ‘senza’ rinvio. Se annullo con rinvio spiegando dove sono i buchi della motivazione, il giudice del rinvio (ovviamente se nel processo c’è ‘arrosto solido’ per le prove) è nelle condizioni per confermare la decisione precedente ma con motivazione ora ‘blindata’; e così è avvenuto in questo caso, con la conferma in cassazione dopo il giudizio di rinvio con nuova motivazione;
    (e, ovviamente, la decisione di annullamento con rinvio fu presa da un collegio di cinque magistrati: comprendo che l’autore possa essere affascinato dal decisionismo di Berlusconi o di Renzi o di Salvini, e dai loro atteggiamenti di padre padrone di quel che governano, ma nelle camere di consiglio della giurisdizione non va così);
    – perché allora quell’accostamento?

    2.2) Il presidente Milo è stato il relatore estensore della recente sentenza delle Sezioni unite che ha dovuto interpretare le incertezze introdotte dalla legge Severino di modifica della disciplina concussione: ‘quindi’, non si sarà smentito in questa decisione dove dovevano trovare applicazione anche le soluzioni indicate dalle sezioni unite.

    Pensiero da ‘magistrato della strada’:
    perbacco che riflessione pregnante! Così pregnante che le sue implicazioni sono tanto sottintese che al lettore ‘della strada’ non rimane che riconoscere la propria incapacità di comprensione, specialmente del legame logico tra 1) e 2) e con il titolo e il sottotitolo dato all’articolo (Ovviamente, e che importa, poi, se il collegio delle Sezioni unite è di nove magistrati e le motivazioni rispettano i percorsi dei ragionamenti in camera di consiglio). O forse il nostro autore avrebbe voluto dire che quella sentenza delle SU, che cercava di risolvere problemi enormi lasciati aperti dal Legislatore era programmata per ‘salvare’, dopo Craxi, Berlusconi, ma un residuo di senso del ridicolo lo ha trattenuto, lasciando il pensiero del ‘non si vorrà smentire’ a galleggiare o veleggiare tra Craxi e Berlusconi senza riuscire ad approdare a qualcosa di comprensibile?

    2.3) lo stesso magistrato nella sua carriera ha altre “assoluzioni eccellenti”: la sentenza con cui le Sezioni unite nel 2003 hanno chiuso uno dei processi Andreotti e quella in cui è stata confermata (da cinque magistrati) l’assoluzione decisa in primo grado, annullando la condanna in appello, di Agazio Loiero nell’inchiesta why not.
    L’articolo precisa: nel primo caso il magistrato era nel collegio, “non è possibile sapere
    come si espresse”; nel secondo, presiedeva il collegio (Peccato non dica una parola sulle ragioni dell’altra decisione, dove a fronte di un’assoluzione decisa in primo grado la corte di cassazione spiega perché la condanna intervenuta in appello doveva essere rimossa)

    Pensiero da ‘magistrato della strada’:
    e allora?
    qual è il senso dell’accostamento tra questo processo e il processo Andreotti con riferimento alla singola persona del magistrato che “non è possibile sapere come si espresse”?
    Qual è il senso dell’accostamento con la posizione di Loiero, trattata in quel processo insieme con la posizione di numerosi altri imputati?

    3) Domanda finale da ‘magistrato della strada’, confesso un po’ ottuso:
    qual è senso dell’articolo?

    Fare ‘informazione/gossip’?
    Buttare il sasso e nascondere la mano?
    Fare cronaca perdendosi per strada?
    Esercizio di dietrologia applicata e incerta?
    Fare sfoggio di essere uno che (solo lui) capisce cosa c’è sotto sotto (epperò pare talmente sotto che non riesce a farcelo sapere)?
    Buttar fango gratuitamente (e su chi non può né vuole difendersi), che comunque paga?

    Un’unica certezza: lo stile è quello dei calzini azzurri; cioè quello della “parte apparentemente opposta”.
    Interessante.
    Triste.
    carlo citterio