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Tra i fermati – tutti vicini a Totò Riina – c’è anche Rosario Lo Bue, capomafia già finito in carcere nel 2008, ma poi assolto e liberato. “Chi l’ha portato qua con i voti degli amici? – dicono nelle intercettazioni riferendosi al ministro dell’Interno – E’ andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti”. Il ministro non commenta: “Di questo parlo dopo”

“Se c’è l’accordo gli cafuddiamo (diamo, ndr) una botta in testa. Sono saliti grazie a noi. Angelino Alfano è un porco. Chi l’ha portato qua con i voti degli amici? E’ andato a finire là con Berlusconi e ora si sono dimenticati tutti”. Parlano così due mafiosi intercettati dai carabinieri, che avevano progettato l’omicidio di Angelino Alfano, ‘colpevole’ di avere aggravato il regime di carcere duro al 41 bis. A complottare contro il ministro dell’Interno che, dicevano, “dovrebbe fare la fine di Kennedy“, sono in tutto sei persone, tutte vicine a Totò Riina, arrestate all’alba dai carabinieri di Palermo tra Corleone, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina nell’ambito dell’operazione “Grande passo 3″.

Al telefono due di loro, Masaracchia e Pillitteri, riferendosi alle lamentele dei boss carcerati commentavano: “Dalle galere dicono cose tinte (brutte ndr) su di lui (Alfano)”, che “è un cane per tutti i carcerati”. Poi il riferimento a Kennedy, presidente degli Stati Uniti ucciso nel 1963. “Perché a Kennedy chi se l’è masticato (chi l’ha ucciso, ndr)? Noi altri in America. E ha fatto le stesse cose: che prima è salito e poi se li è scordati”. Nella conversazione i due mafiosi accennano, dunque, alla circostanza che il presidente Usa sarebbe stato eliminato dalla mafia perché, eletto coi voti dei boss, non avrebbe poi mantenuti i “patti”. Alfano, intervistato da Sky Tg24 a margine del vertice antiterrorismo di Bruxelles, alla domanda sulle minacce mafiose ha risposto: “Di questo parlo dopo“. E ha immediatamente interrotto l’intervista.

I sei arrestati – indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, danneggiamento, illecita detenzione di armi da fuoco – sono considerati i nuovi boss di Corleone, una città che ha visto l’ascesa criminale di Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella e che negli anni successivi al loro arresto ha vissuto una primavera antimafia, con iniziative antimafia tenute nella casa confiscata a Provenzano nel centro del paese. L’ostilità nei confronti del ministro dell’Interno emergeva già dalle intercettazioni depositate al processo di Palermo sulla Trattativa, quando Riina diceva di Alfano al detenuto Lorusso: “Quel disgraziato è accanito con il 41bis“.

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