Il silenzio di media e politica intorno all’i n d a g ine sulle presunte tangenti per il maxi-appalto Consip da 2,7 miliardi ha conseguenze molto concrete: Luigi Marroni, l’a m m inistratore delegato scelto da Matteo Renzi, resta al suo posto e continua a gestire la più grande centrale acquisti della Pubblica amministrazione italiana, che muove 40 miliardi ogni anno e sta per assegnare proprio l’ap palto al centro dell’inchiesta che vede indagato, tra gli altri, Tiziano Renzi: il Facility Management 4, valore complessivo di 2,7 miliardi suddivisi in 18 lotti. Per tre di questi (valore di 609 milioni di euro) l’impresa che ha presentato l’offerta migliore è proprio quella dell’i m p re nditore napoletano Alfredo Romeo, il sospetto corruttore, secondo l’impianto accusatorio della Procura di Napoli che a inizio anno ha mandato il fascicolo a quella di Roma.

SONO PASSATI due mesi dal primo articolo di Marco Lillo sul Fatto_Quotidiano che ha rivelato l’indagine sul comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette : secondo quanto ha detto l’ad Consip Marroni ai pm di Napoli, il generale avrebbe detto al presidente Consip Luigi Ferrara (lui e Marroni non sono indagati) di fare attenzione ai suoi rapporti con Romeo. Ferrara riferisce a Marroni che subito fa bonificare l’ufficio, vengono trovate le cimici messe dalla Procura di Napoli e l’in – chiesta è compromessa. Marroni poi cita come fonti di informazioni sull’inchiesta anche il comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia e il ministro Luca Lotti, ora indagati per rivelazione di segreto istruttorio. Cita anche Filippo Vannoni, manager renziano a capo della società Publiacqua, che ai magistrati dice che pure Matteo Renzi era informato dell’i n da g i ne . Tutti negano, qualcuno sicuramente sta mentendo.  In due mesi da quelle prime informazioni si è saputo molto, un appunto raccolto dalla spazzatura dagli investigatori, combinato con le intercettazioni ambientali, ha portato i pm di Napoli Henry John Woodcock, Celeste Cattanoed Enrica Parascandolo a concludere che il “T.”a cui Romeo voleva far avere 30 mila euro al mese tramite un imprenditore amico della famiglia Renzi, Carlo Russo, fosse proprio Tiziano Renzi: i soldi non sono poi arrivati al padre dell’ex premier che è comunque indagato per traffico di influenze illecite. L’unica conseguenza concreta di tutte queste rivelazioni, però, è stata finora lo spostamento di Marco Gasparri, il dirigente Consip accusato di corruzione negli appalti per Romeo: da Direttore Sourcing Servizi e Utility è stato spostato a direttore responsabile progetti speciali. Tutto qui. Per il resto, si procede con la normale amministrazione l’azionista della Consip, il ministero del Tesoro guidato da Pier Carlo Padoan, non ha emesso un fiato. Nessuna richiesta di chiarimenti a Marroni e al presidente Ferrara, nessuna osservazione sulla loro gestione della vicenda, neanche un pensiero di mettere in discussione la loro poltrona: nominati nel 2015, hanno ancora davanti un anno pieno di mandato.

L’INCHIESTA ha lasciato indifferente anche la struttura di Consip: in teoria c’è un dettagliato apparato anti-corruzione e un severo codice etico ma non hanno prodotto alcuna conseguenza. Il nuovo piano triennale anti-corruzione è stato appena approvato il 26 gennaio 2017 dal consiglio di amministrazione che è composto da tre persone soltanto: una dirigente del ministero dell’Ec on om ia , Marialaura Ferrigno, e poi da ll’ad Marroni e dal presidente. Il nuovo codice specifica di voler prevenire la corruzione nel senso più ampio possibile: “Non solo l’intera gamma dei delitti contro la Pubblica amministrazione, ma anche le situazioni in cui –a prescindere dalla rilevanza penale– venga in evidenza un malfunzionamento dell’a mministrazione/ società a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite, ovvero l’inquinamento dell’a zione amministrativa ab externo, sia che tale azione abbia successo sia nel caso in cui rimanga a livello di tentativo”. Tra i reati considerati critici vengono indicati il traffico di influenze illecito –per il quale è indagato Tiziano Renzi – e la corruzione tra privati. Ma chi deve decidere se la società sta rispettando il proprio codice anti-corruzione? C’è una responsabile anti-corru-zione e trasparenza, Livia Panozzo, ma l’ultima parola spetta al Cda. Cioè a Marroni e Ferrara. Non arriverà quindi dall’interno della Consip un freno o una sospensione della gara che –a oggi – sembra destinata a consegnare quei 609 milioni al gruppo Romeo che – secondo le tesi dei pm – utilizza anche metodi non legittimi per trattare con soggetti pubblici.

TRA I CONCORRENTI della Romeo Gestioni, da Manutencoop a Cofely a Consorzio Leonardo, c’è un delicato equilibrio: i lotti sono consistenti, tutti hanno ottenuto qualcosa e nessuno ha voglia di riportare l’orologio indietro di tre anni, quando nel 2014 è iniziata la procedura per aggiudicarsi l’appalto più grande d’Europa. Nella sua relazione annuale, l’Anac (Autorità anti-corruzione) aveva denunciato che fare gare con lotti sempre più grandi rischiava di creare gli incentivi per comportamenti illeciti: in cinque anni l’aumento del valore medio di un lotto per tipologia di contratto è stato dell’85 per cento, per i servizi del 50,5 per cento. Ma l’avvertimento è caduto nel vuoto. Giovedì Tiziano Renzi sarà sentito dai pm di Roma. E chissà che le sue parole non smuovano qualcosa.