Gianni Letta sta ai margini del capannello e guarda la scena. Al centro c’è Augusto Minzolini, che è appena stato “salvato”dal Senato, con i voti determinanti del Pd e dei centristi di Alfano: non decadrà da parlamentare. Passa con 137 voti a favore, 94 contrari e 20 astenuti l’ordine del giorno presentato da Forza Italia con cui si chiedeva di respingere la delibera della Giunta per le elezioni e le immunità favorevole alla sua decadenza per “incandidabilità sopraggiunta”. L’ex direttore del Tg1 ha un sorriso gongolante, tutta Forza Italia corre ad abbracciarlo. Ma più dei voti azzurri (peraltro scontati: FI è sempre stata contro gli arresti), determinanti sono stati quelli del Pd: in 19 hanno votato a favore dell’ordine del giorno contro la decadenza, 14 si sono astenuti, 24 erano assenti (tra chi non c’era e chi ha scelto di uscire). 57 su 99: solo 42 hanno votato contro (dunque per la decadenza).

“LIBERTÀ di coscienza”è stata la parola chiave con la quale il capogruppo Luigi Zanda ha autorizzato i Democratici a muoversi in ordine sparso. Lui, poi, ha dichiarato il suo voto contrario. Ma in realtà il Pd di maggioranza più vicino a Renzi si è mosso in maniera così varia, da non sembrare casuale: il fedelissimo Andrea Marcucci si è astenuto. Rosa Di Giorgi e Giorgio Tonini hanno votato a favore dell’odg. Tra gli assenti, c’erano Roberto Cociancich e Stefano Esposito. I 19 sì sono stati trasversali: tra loro, per esempio Massimo Mucchetti, Luigi Manconi, Rosaria Capacchione. Alla base della procedura per la decadenza c’era la condanna a due anni e mezzo per peculato continuato, con interdizione dai pubblici uffici, confermata dalla Cassazione. Minzolini era stato ritenuto colpevole di aver utilizzato in maniera impropria la carta di credito Rai (spendendo 65 mila euro in un anno e mezzo).

La Severino per questo tipo di situazione prevede la decadenza, che però deve essere votata dall’Aula. Ai piani alti del Nazareno ora tutti sono pronti a dire che è una legge fatta male, che andrebbe cambiata, (“o ci chiedono un voto, o basta un automatismo”), ma nessuno si assume la responsabilità di farlo. Ora che il Pd l’ha sconfessata nei fatti, sembra già rottamata. Il Pd respinge ogni accusa di “scambio”con il salvataggio di Luca Lotti (sostenendo che i voti ci sarebbero stati comunque). Ma la posta in gioco è alta: guadagnare i voti di Palazzo Madama, dove, dopo la scissione, manca una maggioranza certa; offrire un appoggio alla vertenza di Berlusconi a Strasburgo. E poi il Pd esprime un’insofferenza chiara contro la magistratura.

MINZOLINI in primo grado era stato assolto, in Appello a condannarlo è stato Giannicola Sinisi, appena tornato alla toga dopo incarichi di governo col centrosinistra. Ha chiesto lui in aula: “Che effetto vi farebbe se Emiliano, tornando a fare il magistrato, giudicasse Renzi?”. Gli umori del gruppo erano molto vari, spiegano gli uomini di Zanda. La Di Giorgi parla di “una vicenda non scontata sia dal punto di vista giudiziario che politico” e di “contraddizioni della legge Severino, che prima o poi affronteremo”. Marcucci di “un caso controverso”. Molti considerano la condanna esagerata. Minzolini ha annunciato che si dimetterà comunque: ma serve un altro voto dell’Aula. Suona come un monito quello di Luigi Di Maio: “Non si lamentino quando i cittadini manifestano in maniera violenta fuori del Parlamento se dentro si fanno atti eversivi di questo genere”.