Il particolare è contenuto nel fascicolo dell’inchiesta antimafia di Bologna che ha tra gli indagati proprio il senatore di “Idea”, il partito fondato di recente insieme a Gaetano Quaglariello e a Eugenia Roccella.

La posizione dell’ex ministro è al vaglio del giudice delle indagini preliminari, che sta valutando la rilevanza di alcune intercettazioni e di numerosi tabulati, i contatti telefonici, cioè, del parlamentare con altre persone coinvolte nell’indagine. La “vicenda Giovanardi” rientra nel filone investigativo relativo agli appoggi interni alla prefettura di Modena su cui poteva contare un’azienda sotto processo per ’ndrangheta. I titolari sono imputati a Reggio Emilia per concorso esterno in associazione mafiosa. Nella stessa aula alla sbarra c’è il gotha della ’ndrangheta emiliana: boss, gregari e complici del clan guidato da Nicolino Grande Aracri, detto “Mano di gomma”, che vanta amicizie massoniche e vaticane. Un maxiprocesso, questo, con oltre 140 persone in attesa di giudizio.

Il nome di Giovanardi è già emerso durante alcune udienze del dibattimento. Nell’indagine a carico del senatore , componente anche della commissione antimafia, i pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini contestano la rivelazione di segreto e la minaccia a corpo amministrativo dello Stato. Con un’aggravante molto seria: aver agevolato l’organizzazione mafiosa, cioè la ’ndrangheta, che grazie alla società Bianchini era entrata nel giro che conta degli appalti. Una società, la Bianchini, che gli inquirenti ritengono a disposizione dei clan.

Giovanardi, sostengono i pm, sarebbe stato consapevole delle relazioni pericolose degli imprenditori modenesi. Eppure ha proseguito nella sua crociata per salvare l’azienda dai provvedimenti della prefettura di Modena, istituzione che aveva escluso la Bianchini costruzioni dalle “white list”, gli elenchi prefettizi delle aziende “pulite”.

Ci sono due verbali, che hanno un peso specifico non indifferente, che descrivono nei dettagli la strategia del politico. Sono, appunto, quelli dei due carabinieri. Uno porta la firma del colonnello Stefano Savo, ex comandante provinciale dei carabinieri di Modena, l’altro è del tenente colonnello Domenico Cristaldi, capo del nucleo investigativo, il reparto cioè che ha seguito fin dall’inizio l’inchiesta Aemilia sulla ’ndrangheta emiliana e dove è rimasto implicato l’imprenditore che “attiva” Giovanardi. Entrambi gli ufficiali sono stati contattati dal senatore per avere un incontro e discutere del caso “Bianchini”.

I due si recano all’appuntamento in uniforme, così da non lasciare spazio a equivoci. Il luogo stabilito era uno spazio pubblico, alla presenza, quindi, di altre persone. Il colonnello Savo, per primo, riporta quanto dettogli quel giorno dal senatore: «Disse che qualcuno avrebbe dovuto rispondere dei danni derivanti da questi interventi, facendo il parallelo con la responsabilità dei magistrati e dicendo che era sua intenzione presentare degli esposti su questa vicenda. Ho avuto la percezione che volesse riferirsi al mio comando e alla mia persona». L’altro ufficiale chiarisce meglio il tono usato dal politico: «Mai immaginavo che le attenzioni manifestate dal senatore potessero giungere a un incontro del genere…voglio sottolineare che ha tenuto un comportamento estremamente deciso e perentorio, incalzante…Peraltro sia io che il comandante eravamo in divisa, in un esercizio pubblico, e il parlamentare non usava un tono di voce basso». Un grande imbarazzo, dice di aver provato Cristaldi, «per i temi trattati e i toni, proprio perché riguardavano una nostra attività di ufficio di natura riservata e di cui lui si mostrava pienamente a conoscenza».

L’obiettivo iniziale era ricostruire la ragnatela di rapporti esistente attorno ai Bianchini e individuare coloro che avevano agito illecitamente nel loro interesse». In pratica, la procura di Bologna stava seguendo tutt’altra pista. Poi, a un certo punto, piomba sulla scena Carlo Giovanardi, che le prova tutte per capovolgere l’esito dell’indagine amministrativa a carico dell’azienda modenese. Una missione ossessiva, tanto che il capo di gabinetto della prefettura definì l’amico parlamentare un «martello pneumatico» per la determinazione dimostrata nel voler salvare quell’impresa che secondo gli investigatori era nell’orbita del clan.

Il vizietto di Giovanardi di voler decidere delle sorti degli uomini in divisa si era già verificato in un altra vicenda, dove con un interpellanza  indirizzata al Ministero della Difesa, il Senatore faceva una disamina di quelli che sarebbero i precedenti e i provvedimenti adottati verso Riccardo Casamassima e la sua compagna Maria Rosati, entrambi militari dell’Arma e testimoni “chiave” nell’ambito dell’inchiesta bis relativa alla morte di Stefano Cucchi. Inutile evidenziare come l’intento del senatore anche in questo frangente apparse sin da subito volto a screditare l’immagine e la credibilità delle due divise.