Le voci degli altri gli facevano comodo. Proprio a lui, al rottamatore che ora discetta di “intercettazioni illegittime”, col Pd a fargli da coro, ma che per le telefonate altrui invocava dimissioni. E servirono perfino ai forzisti, che pure gemono per “l’innaturale fuga di notizie” (il redivivo Renato Schifani), ma che a suo tempo puntarono forte su una registrazione “rubata”. I partiti dell’eterno Nazareno e sodali vari condannano come eresia lo scoop del Fatto sulla telefonata tra i Renzi.

MA ESISTE anche la realtà dei fatti. Basta tornare al 31 dicembre 2005, quando il Giornale di Paolo Berlusconi (il fratello di Silvio) pubblicò la trascrizione di una telefonata tra l’allora segretario dei Ds Piero Fassino e Giovanni Consorte, amministratore delegato di Unipol. Un paio di settimane prima, la Procura di Roma aveva aperto un’indagine sul colosso delle assicurazioni, storicamente “rosso”, e sul suo tentativo di comprare la Banca Nazionale del Lavoro. Così fu un terremoto, quella domanda di Fassino a Consorte: “Ma abbiamo una banca?”. Spuntata stranamente su un quotidiano, visto che il nastro con la registrazione non era ancora depositato tra gli atti. E infatti a farla ascoltare a Silvio B. erano stati i dirigenti della società incaricata delle intercettazioni, come emerse poi. La certezza è che tutto il centrodestra scanetenò l’inferno su quelle quattro parole, in vista delle Politiche in primavera.

“È un intreccio inaccettabile tra politica e affari”, salmodiò Berlusconi il 4 gennaio 2006. Mentre Schifani attaccava Romano Prodi: “Anziché fare i conti col presente, prenda le distanze da Fassino e D’Alema”. Molti anni dopo, nel marzo 2015, i fratelli Berlusconi, indagati per la diffusione di quel colloquio, se la sono cavata con la prescrizione dai reati di rivelazione di segreto d’ufficio e pubblicazione indebita. Il 17 giugno 2009 invece sul Corriere della Sera apparve l’intervista a Patrizia D’Addario, in cui la escort barese parla per la prima volta delle sue notti con Berlusconi. E un mese dopo, l’Espresso piazzò sul sito gli audio che raccontavano con tanto di dettagli erotici i rapporti tra Berlusconi e D’Addario. Il Pd ascoltò. E non insorse per la privacy violata dell’allora premier. Anzi, alzò la voce tramite il responsabile Comunicazione Paolo Gentiloni: “Le registrazioni ristabiliscono il confine tra realtà dei fatti e pietose bugie. Invece di attaccare la stampa che fa il suo mestiere, a palazzo Grazioli dovrebbero fare chiarezza di fronte al Paese”.

Il Pd presentò pure delle mozioni per discutere del caso D’Addario in Parlamento (respinte). Giorni agitati, in cui Matteo Renzi era neo-sindaco di Firenze. Ma già sgomitava, vivace. Vivacità che divenne fretta nell’autunno del 2013, quando a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta. Il suo ministro per la Giustizia era Annamaria Cancellieri, nella bufera per una telefonata con la compagna di Salvatore Ligresti, finito in carcere per l’inchiesta sulla compagnia assicurativa Fonsai. “Qualsiasi cosa serva non fate complimenti” assicurava Cancellieri, amica intima dei Ligresti, nel colloquio del luglio precedente. All’epoca il ministro non era neppure indagato (lo sarà nel marzo 2014 per due conversazioni con il fratello di Ligresti, poi la Procura di Roma archivierà).

PERÒ IN TANTI le chiesero ugualmente il passo indietro. E in prima fila c’era Renzi: “Sono per le sue dimissioni, indipendentemente dall’avviso di garanzia o meno: è un problema politico”. Cancellieri però tenne duro. A differenza di quanto fece nel gennaio 2014 Nunzia De Girolamo, allora ministro delle Politiche agricole: dimessasi, sotto il peso delle intercettazioni svelate dal Fatto. Registrazioni effettuate a sua insaputa da un funzionario dell’Asl di Benevento, nel 2012, quando De Girolamo riuniva i vertici dell’Asl a casa di suo padre per discutere dell’appalto del 118 e di nuove sedi ospedaliere. “Stronzo, qui comando io” sibilava in un passaggio. E Renzi giocò subito di paragone con Josefa Idem, ministro dello Sport, dimessasi per non aver pagato l’Imu sulla sua casa-palestra: “Idem dimostrò uno stile profondamente diverso”. De Girolamo non ha dimenticato. E ieri ha scandito: “Ma Renzi è lo stesso che quando io fui registrata non dalla magistratura, ma da un personaggio in casa mia, stigmatizzò il mio stile?”. Infine, ci sono le polizze vita. Quelle sottoscritte per Virginia Raggi dal suo ex capo segreteria Salvatore Romeo, a insaputa della sindaca. Il Fatto ne rivelò l’esistenza lo scorso 2 febbraio, mentre era in corso l’interrogatrio della sindaca da parte dei pm di Roma. Poche ore dopo, la Procura spiegò che in quelle polizze non c’era reato. Eppure rieccolo Renzi, sardonico: “Io non ho mai intestato una polizza a un amico, forse sono fuori del tempo”. Sillabe lievi, a confronto del fuoco incrociato dei renziani. “Penso sia proprio il caso di cominciare a dire un po’ di verità sulla cricca Raggi Marra Romeo, #polizzadiscambio” twittò la deputata Alessia Morani. Senza badare a sfumature, figurarsi.